
Questo libro, Quando la pelle non ci separava, Perrone Edizioni, è stato presentato ieri sera a Roma, è un'antologia sul tema del corpo.
C'è un mio racconto.
Eccolo!
SOLO ALLA FINE HAI CAPITO
Adesso sono morto.
Un corpo morto, ma vorrei dire due parole all’anima che mi abitava, affinché non ripeta, in un altro corpo, gli errori che ha fatto con me. Sono morto, non sono più niente, ero un corpo bellissimo, levigato, tonico, abbronzato. Corpo scattante. Figura alta, ed esile. Figura sinuosa.
Adesso di quella figura bella che avevi modellato non rimane molto, sono molliccio, sono, come dicono i medici, un cadavere in via di putrefazione. Purtroppo. Se tu mi vedessi, adesso: puzzo, un tanfo tremendo, non certo di lavanda, come quella crema che mi cospargevi, anche troppa, dopo la doccia. Adesso puzzo, sì, mi faccio schifo, è un odore che fa veramente vomitare. Ma non posso vomitare. Perché sono morto.
Cara anima che mi abitava, mi hai massacrato di ginnastica, nuotate, e addirittura canottaggio.
Il massimo è stato quando frequentavi quella palestra ultima moda in città e si iniziava così: venti minuti di riscaldamento sulla cyclette, poi venti di pedalata veloce, e dieci minuti di defaticamento. E poi. Il giro dei macchinari per interno coscia, esterno coscia, tricipiti, bicipiti. Addominali: alti, bassi, obliqui.
Ma questo era solo l’inizio: di corsa nella sala a fare step.
Ti odiavo, sì, ti odiavo, perché c’era puzzo di sudore di trenta o quaranta invasati che si scagliavano su quello scalino, e tu come loro. E ti ricordi quella volta che mi sono rifiutato di saltare? Quel giorno l’insegnante urlava più del solito, come un capo dei marines, urlava così tanto che avevo il terrore che mi prendesse per i capelli e mi sbattesse su quello scalino.
Lì, ho ceduto. Ma tu non mi hai portato via, no.
Giù in piscina, con quelle donne, un po’ più anziane che saltavano come rane gracidanti e avvizzite in una pozza d’acqua, e io lo so, ci facevano anche la pipì, perché sennò se uscivano dalla pozza prendevano freddo. E poi dopo il bagno turco, e la sauna, e poi la doccia, finalmente, e poi il massaggio con la crema.
Ecco… era l’unico momento bello per me.
Non mi hai mai dato un attimo di pace.
Penso che i tuoi sensi di colpa siano troppi se ti ricordo un momento: soprattutto quando mi portavi dall’estetista per la depilazione. Ceretta a caldo. A parte il caldo della cera che già sussultavo, ma lo strappo. Lo strappo orribile, secco.
Sì, va bene, la cera era al miele, ma lo strappo era fiele. E per qualche pelo poi, non ne hai mai avuti molti…
E quella volta che ti è venuto in mente di fare la lampada integrale? Appesa a braccia in su, con un paio di mutandine di carta, intorno a tutti quei neon. Mi sembrava di essere uno schiavo frustato dal padrone perché al mare magari non si era abbronzato a dovere.
E via sferzate di raggi uva, fino a che i led rossi non lampeggiavano lo zero del tempo e io mi accasciavo, ancora appeso alle maniglie. No… devi ricordarti anche della mesoterapia, terapia crudele sull’esterno coscia e sui glutei.
Ma perché? Quello era veramente terrificante, decine di aghi, piccoli, d'accordo, piccoli, distribuiti a raggiera, e infilati nella carne.
Ma non era tanto il dolore degli aghi: era il liquido, il liquido che faceva male. E tu, no, insistevi, la cellulite, la devo far andare via! Mai un momento, un periodo, un anno di pace. E quando eri piccola perché eri troppo magra, poi avevi un seno più grande e uno più piccolo, e poi i ginocchi troppo vicini. E alla fine. E alla fine invece. Alla fine quando ti hanno detto che non avevi più molto tempo da dedicarmi e forse neanche più le forze per farlo, eri diventata davvero bella, eri morbida, e invece di farmi stare in palestre chiuse, dighe di sole e di aria, e in pozze fetenti di cloro mischiato a pipì, mi hai portato al mare.
Ma non al mare a correre con la musica nelle orecchie. No. Al mare a camminare, a sentire il suo rumore, a vederne lo schiumare. E c’erano i colori del mare, e c’era quell’odore di alghe un po’ marcite al sole, ma che sa di profondità e di abissi.
È in questo ciak finale della tua vita che sei veramente diventata bella, e hai capito quanto sia importante uno sguardo di azzurro, un abbraccio col vento, un sospiro di fresco, e quelle tenere carezze che l’acqua del mare dà e che mi hanno unito a te, all’anima.
Avevi preso qualche chilo. Ma andava bene così. E nella bara, con quel vestito chiaro, che il chiaro non te lo mettevi mai perché ingrassa, eri luminosa.
Non eri mai stata così bella.
s.m.



