LA CASA DI PIETRAPassi che se anche erano leggeri facevano scricchiolare la neve. Orme piatte come vassoi lasciati indietro. Lei lo seguiva, e ogni tanto si divertiva a entrare nelle sue orme più grandi.
Marco le aveva proposto due giorni in montagna.
Le disse un giorno: «Ti piace neve?»
«Nel senso di sciare, no! Nel senso di pace e di bianco, sì!»
«Allora fidati di me!»
E le aveva promesso che sarebbero andati nella neve. Non sulla neve.
Era molto diverso.
Due giorni sulla neve: partenza all’alba del sabato e arrivi dopo ore di curve e di code e catene messe di corsa e bestemmie dette sottovoce ma tanto le senti lo stesso.
Invece loro sarebbero andati nella neve. In mezzo alla neve. Esiste il rumore di un fiocco di neve che cade stanco e lento. E esiste anche il rumore della neve che si scioglie: basta ascoltare.
«Si parte sabato. Portati un libro, ok?»
«E poi?»
La guardò con un sorriso malizioso. «Cos’altro ti serve?»
Ci pensò su un attimo. «Lo spazzolino da denti!»
«Ecco! Allora porta quello!»
Lo spazzolino da denti. E un libro. La cosa la colpì. Non doveva preoccuparsi di provare la tuta da sci, di prendere sci a noleggio, crema solare, occhiali e calzamaglia.
Loro due. Uno spazzolino e un libro. E attrazione. Sì, c’era attrazione.
Da qualche tempo Marco le piaceva molto, e adesso ancora di più.
Era sabato mattina e lui le camminava davanti fluttuante, nella neve. Lei ascoltava i passi. Niente di più. Parole, sorrisi e sguardi un po’ complici ad ammirare quel paesaggio bianco coperto da un tetto azzurro di cielo.
Imboccarono un sentiero e in fondo a quel passaggio incontaminato da tracce c’era una casa di pietra. Il loro cammino silenzioso verso una casa fatta di pietra. Eccola. Una casa squadrata, una casa classica su due piani, la porta al centro, due finestre ai lati e tre di sopra.
Una casa normale, ma con un’energia che sgorgava dalle persiane e da ogni sottile fessura visibile tra le pietre, come se le pietre si reggessero senza cemento, come se fossero messe una sopra l’altra così, come le costruzioni lego dei bambini. Una casa solitaria, isolata, nessuno intorno. Solo silenzio. E loro due. Del tetto, di tegole amaranto, si vedeva solo il contorno con delle piccole stalattiti che penzolavano dalla grondaia, tutte in fila, come tendine fatte all’uncinetto.
Lei non parlava, non chiedeva, non respirava per non sciupare il silenzio irreale.
La porta, spalancata. E un cigolio piacevole di cardini. Non c’era odore di chiuso all’interno, ma di legna bruciata da poco.
Il camino. Il classico camino forse banale che lei si aspettava. Proprio in quel punto. C’era.
«Ci vengo quasi ogni fine settimana.»
«Sei strano, davvero...»
«Anche tu, se sei qui. Aiutami a prendere la legna, dai, che ne ho lasciata un po’ nella tinaia.»
Marco le insegnò ad accendere il fuoco.
Ma non solo quello. Si accese anche lei. Come non mai. E come dopo accadde mai più.
Si amarono davanti al fuoco, allo scoppiettio della legna secca, ai bagliori che proiettavano sulla parete le ombre dei loro stessi corpi, dimenticandosi del tempo.
Il tempo non esisteva. C’erano solo gli odori e il colore arancio della stanza. E i loro corpi. Le mani di Marco che a volte le prendevano il viso. E la guardava con gli occhi allagati di desiderio.
Lo sguardo negli occhi che chiudi, socchiudi, e poi richiudi e lasci vagare nella penombra arancione. Penombra: forse era già pomeriggio. Gli occhi sprofondati negli occhi, le labbra socchiuse che giocano a rincorrersi e sbagliano mira e colpiscono gli occhi, il naso, i capelli. Tutto di loro. Eppure lei cercava le labbra, cercava quei baci e quei baci voleva sentirli. Come un’onda che invade il palato e si infila tra i denti.
Marco su di lei. Lui che rimane immobile. Fermo. Il piacere è anche questo.
Poi.
Uno spasmo bollente attraversò la casa di pietra.
Sentirono il rumore dei battiti che diminuivano come una musica che sfuma lentamente.
Tuttavia continuavano ad accarezzare il loro abbandono. Avrebbero voluto dilatare questo istante all’infinito. E lei capì solo in quel momento che se fosse morta, la vita avrebbe finalmente avuto un senso. Ora lo sapeva.
Di solito dopo l’amore si parla, ma non avevano voglia di parlare, solo sentire, annusare e gustare ogni scheggia di tempo.
Forse diventò sera, e poi notte. E ogni tanto il camino chiedeva legna e loro lo alimentavano. Fino a che i loro respiri accesi seccavano la gola.
Al mattino, se mattino era, lei si alzò dal piumone che era steso sul pavimento e che li aveva accolti. Spettinata. E carica d’amore.
Mangiarono qualcosa, si vestirono e aprirono la porta della casa di pietra per andare un po’ nella neve. Nella neve, a giocare.
Stupore.
Meraviglia.
Stordimento.
Il tempo aveva fatto le bizze durante i loro abbracci, i loro baci, le carezze, i sospiri, i respiri.
La casa di pietra adesso era immersa nel verde. Circondata da alberi fioriti e canti di uccelli. Un prato verde smeraldo davanti.
Le due panchine che il giorno prima erano coperte di bianco, oggi risplendevano di una pietra lucente. Il susino, il pesco rosa opaco, sembravano ancora coperti di neve, ma in realtà erano carichi di petali chiari. Bianchi erano anche i petali che il mandorlo lasciava cadere giù come neve dai suoi lunghi rami.
Gli si strinse contro e lo prese per mano. S’incamminarono, e questa volta i loro passi erano paralleli e formavano delle orme sui fili di prato. Orme verdi, che si allontanavano dalla casa di pietra.
S.M.
Marco le aveva proposto due giorni in montagna.
Le disse un giorno: «Ti piace neve?»
«Nel senso di sciare, no! Nel senso di pace e di bianco, sì!»
«Allora fidati di me!»
E le aveva promesso che sarebbero andati nella neve. Non sulla neve.
Era molto diverso.
Due giorni sulla neve: partenza all’alba del sabato e arrivi dopo ore di curve e di code e catene messe di corsa e bestemmie dette sottovoce ma tanto le senti lo stesso.
Invece loro sarebbero andati nella neve. In mezzo alla neve. Esiste il rumore di un fiocco di neve che cade stanco e lento. E esiste anche il rumore della neve che si scioglie: basta ascoltare.
«Si parte sabato. Portati un libro, ok?»
«E poi?»
La guardò con un sorriso malizioso. «Cos’altro ti serve?»
Ci pensò su un attimo. «Lo spazzolino da denti!»
«Ecco! Allora porta quello!»
Lo spazzolino da denti. E un libro. La cosa la colpì. Non doveva preoccuparsi di provare la tuta da sci, di prendere sci a noleggio, crema solare, occhiali e calzamaglia.
Loro due. Uno spazzolino e un libro. E attrazione. Sì, c’era attrazione.
Da qualche tempo Marco le piaceva molto, e adesso ancora di più.
Era sabato mattina e lui le camminava davanti fluttuante, nella neve. Lei ascoltava i passi. Niente di più. Parole, sorrisi e sguardi un po’ complici ad ammirare quel paesaggio bianco coperto da un tetto azzurro di cielo.
Imboccarono un sentiero e in fondo a quel passaggio incontaminato da tracce c’era una casa di pietra. Il loro cammino silenzioso verso una casa fatta di pietra. Eccola. Una casa squadrata, una casa classica su due piani, la porta al centro, due finestre ai lati e tre di sopra.
Una casa normale, ma con un’energia che sgorgava dalle persiane e da ogni sottile fessura visibile tra le pietre, come se le pietre si reggessero senza cemento, come se fossero messe una sopra l’altra così, come le costruzioni lego dei bambini. Una casa solitaria, isolata, nessuno intorno. Solo silenzio. E loro due. Del tetto, di tegole amaranto, si vedeva solo il contorno con delle piccole stalattiti che penzolavano dalla grondaia, tutte in fila, come tendine fatte all’uncinetto.
Lei non parlava, non chiedeva, non respirava per non sciupare il silenzio irreale.
La porta, spalancata. E un cigolio piacevole di cardini. Non c’era odore di chiuso all’interno, ma di legna bruciata da poco.
Il camino. Il classico camino forse banale che lei si aspettava. Proprio in quel punto. C’era.
«Ci vengo quasi ogni fine settimana.»
«Sei strano, davvero...»
«Anche tu, se sei qui. Aiutami a prendere la legna, dai, che ne ho lasciata un po’ nella tinaia.»
Marco le insegnò ad accendere il fuoco.
Ma non solo quello. Si accese anche lei. Come non mai. E come dopo accadde mai più.
Si amarono davanti al fuoco, allo scoppiettio della legna secca, ai bagliori che proiettavano sulla parete le ombre dei loro stessi corpi, dimenticandosi del tempo.
Il tempo non esisteva. C’erano solo gli odori e il colore arancio della stanza. E i loro corpi. Le mani di Marco che a volte le prendevano il viso. E la guardava con gli occhi allagati di desiderio.
Lo sguardo negli occhi che chiudi, socchiudi, e poi richiudi e lasci vagare nella penombra arancione. Penombra: forse era già pomeriggio. Gli occhi sprofondati negli occhi, le labbra socchiuse che giocano a rincorrersi e sbagliano mira e colpiscono gli occhi, il naso, i capelli. Tutto di loro. Eppure lei cercava le labbra, cercava quei baci e quei baci voleva sentirli. Come un’onda che invade il palato e si infila tra i denti.
Marco su di lei. Lui che rimane immobile. Fermo. Il piacere è anche questo.
Poi.
Uno spasmo bollente attraversò la casa di pietra.
Sentirono il rumore dei battiti che diminuivano come una musica che sfuma lentamente.
Tuttavia continuavano ad accarezzare il loro abbandono. Avrebbero voluto dilatare questo istante all’infinito. E lei capì solo in quel momento che se fosse morta, la vita avrebbe finalmente avuto un senso. Ora lo sapeva.
Di solito dopo l’amore si parla, ma non avevano voglia di parlare, solo sentire, annusare e gustare ogni scheggia di tempo.
Forse diventò sera, e poi notte. E ogni tanto il camino chiedeva legna e loro lo alimentavano. Fino a che i loro respiri accesi seccavano la gola.
Al mattino, se mattino era, lei si alzò dal piumone che era steso sul pavimento e che li aveva accolti. Spettinata. E carica d’amore.
Mangiarono qualcosa, si vestirono e aprirono la porta della casa di pietra per andare un po’ nella neve. Nella neve, a giocare.
Stupore.
Meraviglia.
Stordimento.
Il tempo aveva fatto le bizze durante i loro abbracci, i loro baci, le carezze, i sospiri, i respiri.
La casa di pietra adesso era immersa nel verde. Circondata da alberi fioriti e canti di uccelli. Un prato verde smeraldo davanti.
Le due panchine che il giorno prima erano coperte di bianco, oggi risplendevano di una pietra lucente. Il susino, il pesco rosa opaco, sembravano ancora coperti di neve, ma in realtà erano carichi di petali chiari. Bianchi erano anche i petali che il mandorlo lasciava cadere giù come neve dai suoi lunghi rami.
Gli si strinse contro e lo prese per mano. S’incamminarono, e questa volta i loro passi erano paralleli e formavano delle orme sui fili di prato. Orme verdi, che si allontanavano dalla casa di pietra.
S.M.





