sabato 30 gennaio 2010

Ecco un mio racconto...

LA CASA DI PIETRA

Passi che se anche erano leggeri facevano scricchiolare la neve. Orme piatte come vassoi lasciati indietro. Lei lo seguiva, e ogni tanto si divertiva a entrare nelle sue orme più grandi.
Marco le aveva proposto due giorni in montagna.
Le disse un giorno: «Ti piace neve?»
«Nel senso di sciare, no! Nel senso di pace e di bianco, sì!»
«Allora fidati di me!»
E le aveva promesso che sarebbero andati nella neve. Non sulla neve.
Era molto diverso.
Due giorni sulla neve: partenza all’alba del sabato e arrivi dopo ore di curve e di code e catene messe di corsa e bestemmie dette sottovoce ma tanto le senti lo stesso.
Invece loro sarebbero andati nella neve. In mezzo alla neve. Esiste il rumore di un fiocco di neve che cade stanco e lento. E esiste anche il rumore della neve che si scioglie: basta ascoltare.
«Si parte sabato. Portati un libro, ok?»
«E poi?»
La guardò con un sorriso malizioso. «Cos’altro ti serve?»
Ci pensò su un attimo. «Lo spazzolino da denti!»
«Ecco! Allora porta quello!»
Lo spazzolino da denti. E un libro. La cosa la colpì. Non doveva preoccuparsi di provare la tuta da sci, di prendere sci a noleggio, crema solare, occhiali e calzamaglia.
Loro due. Uno spazzolino e un libro. E attrazione. Sì, c’era attrazione.
Da qualche tempo Marco le piaceva molto, e adesso ancora di più.
Era sabato mattina e lui le camminava davanti fluttuante, nella neve. Lei ascoltava i passi. Niente di più. Parole, sorrisi e sguardi un po’ complici ad ammirare quel paesaggio bianco coperto da un tetto azzurro di cielo.
Imboccarono un sentiero e in fondo a quel passaggio incontaminato da tracce c’era una casa di pietra. Il loro cammino silenzioso verso una casa fatta di pietra. Eccola. Una casa squadrata, una casa classica su due piani, la porta al centro, due finestre ai lati e tre di sopra.
Una casa normale, ma con un’energia che sgorgava dalle persiane e da ogni sottile fessura visibile tra le pietre, come se le pietre si reggessero senza cemento, come se fossero messe una sopra l’altra così, come le costruzioni lego dei bambini. Una casa solitaria, isolata, nessuno intorno. Solo silenzio. E loro due. Del tetto, di tegole amaranto, si vedeva solo il contorno con delle piccole stalattiti che penzolavano dalla grondaia, tutte in fila, come tendine fatte all’uncinetto.
Lei non parlava, non chiedeva, non respirava per non sciupare il silenzio irreale.
La porta, spalancata. E un cigolio piacevole di cardini. Non c’era odore di chiuso all’interno, ma di legna bruciata da poco.
Il camino. Il classico camino forse banale che lei si aspettava. Proprio in quel punto. C’era.
«Ci vengo quasi ogni fine settimana.»
«Sei strano, davvero...»
«Anche tu, se sei qui. Aiutami a prendere la legna, dai, che ne ho lasciata un po’ nella tinaia.»
Marco le insegnò ad accendere il fuoco.
Ma non solo quello. Si accese anche lei. Come non mai. E come dopo accadde mai più.
Si amarono davanti al fuoco, allo scoppiettio della legna secca, ai bagliori che proiettavano sulla parete le ombre dei loro stessi corpi, dimenticandosi del tempo.
Il tempo non esisteva. C’erano solo gli odori e il colore arancio della stanza. E i loro corpi. Le mani di Marco che a volte le prendevano il viso. E la guardava con gli occhi allagati di desiderio.
Lo sguardo negli occhi che chiudi, socchiudi, e poi richiudi e lasci vagare nella penombra arancione. Penombra: forse era già pomeriggio. Gli occhi sprofondati negli occhi, le labbra socchiuse che giocano a rincorrersi e sbagliano mira e colpiscono gli occhi, il naso, i capelli. Tutto di loro. Eppure lei cercava le labbra, cercava quei baci e quei baci voleva sentirli. Come un’onda che invade il palato e si infila tra i denti.
Marco su di lei. Lui che rimane immobile. Fermo. Il piacere è anche questo.
Poi.
Uno spasmo bollente attraversò la casa di pietra.
Sentirono il rumore dei battiti che diminuivano come una musica che sfuma lentamente.
Tuttavia continuavano ad accarezzare il loro abbandono. Avrebbero voluto dilatare questo istante all’infinito. E lei capì solo in quel momento che se fosse morta, la vita avrebbe finalmente avuto un senso. Ora lo sapeva.
Di solito dopo l’amore si parla, ma non avevano voglia di parlare, solo sentire, annusare e gustare ogni scheggia di tempo.
Forse diventò sera, e poi notte. E ogni tanto il camino chiedeva legna e loro lo alimentavano. Fino a che i loro respiri accesi seccavano la gola.
Al mattino, se mattino era, lei si alzò dal piumone che era steso sul pavimento e che li aveva accolti. Spettinata. E carica d’amore.
Mangiarono qualcosa, si vestirono e aprirono la porta della casa di pietra per andare un po’ nella neve. Nella neve, a giocare.
Stupore.
Meraviglia.
Stordimento.
Il tempo aveva fatto le bizze durante i loro abbracci, i loro baci, le carezze, i sospiri, i respiri.
La casa di pietra adesso era immersa nel verde. Circondata da alberi fioriti e canti di uccelli. Un prato verde smeraldo davanti.
Le due panchine che il giorno prima erano coperte di bianco, oggi risplendevano di una pietra lucente. Il susino, il pesco rosa opaco, sembravano ancora coperti di neve, ma in realtà erano carichi di petali chiari. Bianchi erano anche i petali che il mandorlo lasciava cadere giù come neve dai suoi lunghi rami.
Gli si strinse contro e lo prese per mano. S’incamminarono, e questa volta i loro passi erano paralleli e formavano delle orme sui fili di prato. Orme verdi, che si allontanavano dalla casa di pietra.
S.M.

mercoledì 27 gennaio 2010

Ancora Ernesto Mussi. Visto da Stefania D'Echabur



Lo so, dovevo metterlo prima questo file. Lo so. Ma mi perdonerete, e soprattutto tu, cara Stefania, mi perdonerai! Questo mio blog è nato da una decina di giorni, ho dovuto fare uno studio di formato files, da PDF a Tiff, bo, non ricordo già più... Poi una bacchetta magica ha toccato il documento con l'intervista di Stefania D'Echabur (nella foto!) ed ecco fatto!
Per chi ancora non la conosce: Stefania D'Echabur è una scrittrice, collabora con il mensile Livornononstop, sa leggere l'anima delle persone che intervista, e, con un incantesimo di parole, ce la regala!

domenica 24 gennaio 2010

Ernesto Mussi, detto Ernie

ALLE DUNE

Quando il tepore è nell'aria
sembra un velo di benessere
così lieve
scivola sul viso
e fa sorridere occhi e bocca
come dono soave
prima della sera.
In un attimo
capace di ottimismo
vince sui sussulti maligni
lo sguardo guidato
dalle divinità del buio
in occasione di luce concessa
per religiosa grazia.
Tutto, allora, quasi brilla di nuovo
nel crepuscolo rosso come ultimo raggio
e si accende ancora la pace
nel cuore che batte regolare
senza battiti eccessivi
e fugge coi gabbiani
a passare la notte
nei loro segreti rifugi.

(Ernesto Mussi, da "Un groviglio di anni uno sciame di poesie" Ed. Arti Grafiche Frediani)


L'ultimo post era un ricordo di Giorgio Caproni. Ma anche Ernesto Mussi è un grande poeta della mia Livorno. E non solo poeta, ma musicista, pittore, filosofo, professore, ceramista... Ha molti anni, più di ottanta, ma ha una vitalità e una passione per le cose che vorrebbero avere tanti giovani! Ernie lo conosco, e potete leggere un po' di righe che gli ho dedicato dopo una cena a casa sua...


Per conoscerlo potete leggere un articolo di Stefania D'Echabur, apparso su Livornononstop di questo mese.
Ogni tanto metterò sul mio blog la sua poesia... per condividerla con voi.



Intanto, queste righe sono per lui:

LE MANI DI ERNIE

Mani grandi, mani di un uomo grande.
Mani smaliziate e vissute, rugose, ma forti.
Mani che stringono la vita, questa vita che lui ha navigato in modo intenso, senza fermarsi mai.
Mani che hanno tenuto una penna per scrivere poesie.
Mani che hanno impugnato delicatamente un piccolo mozzicone di matita per fare ritratti agli amici.
Mani impiastrate per creare bellezze di scultura dal nulla.
Mani col pennello per far sbocciare tele stupende, tele colorate, sfumate. Tele con oggetti, tele con alberi, colline. E volti, corpi e lei. Lei, la donna amata dai capelli vermigli, senza volto, con la gamba accavallata, sensuale. Bella. Lei. Lei che è ancora accanto a lui. Accanto all’uomo con le mani grandi.
Mani che hanno alzato calici per bere alla salute, mani che hanno fumato chilometri di sigarette. Mani che hanno gesticolato con enfasi durante le lezioni a ragazzi inglesi imbambolati da una voce a volte severa a volte accattivante. Occhi sgranati per l’energia che prendeva forma. E la sentivano nelle aule l’energia di Ernesto, Ernie. Mani che hanno premuto grilletti di carabine vicino a cani fedeli.
Mani che hanno mandato a quel paese gente che non voleva tra i piedi, mani che hanno tenuto un trombone e alzato note che inondavano i teatri più belli del mondo.
Mani che stringono ancora una mazza da golf.
Mani che appallottolano un fazzoletto bianco per asciugare le lacrime che ci regala quando racconta aneddoti buffi o tristi. E rimette la sua vita all’indietro.
Le mani di Ernesto, che proteggono dolcemente una piccola candela dai refoli di vento, di un dopocena al Calambrone, per illuminare e ricordare meglio i volti dei suoi amici a quella tavola semplice e imbandita per noi.
C’erano anche le mie piccole a quella tavola, piccole mani che vibrano adesso mentre scrivono di grandi mani. Di un grande maestro.

venerdì 22 gennaio 2010

Un pensiero per Giorgio Caproni, il poeta


Venti anni fa se n'è andato per sempre, ma per sempre ci ha lasciato versi come questi...

Sono donne che sanno

Sono donne che sanno
così bene di mare

che all'arietta che fanno
a te accanto al passare

senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele

e alle labbra d'arselle
deliziose querele

domenica 17 gennaio 2010

LA PRIMA COSA BELLA di Paolo Virzì (livornese!)


Oggi sono stata al cinema! Che c'è di strano, direte. Giornata di pioggia, giornata grigia, che si fa a Livorno? Si va al cinema. Ma al cinema ho visto un film che non mi dimenticherò mai più. Avevo avvertito mio marito, conoscendo già più o meno la storia del film: Non prendermi in giro, piangerò, piangerò tanto! Così è stato. Sono tornata da poco, ho gli occhi rossi, ancora bagnati di lacrime. Se vai a vedere questo film del mio (e sono onorata, non dico una banalità) concittadino Paolo Virzì, devi piangere. Non puoi trattenerti per pudore, se trattieni le lacrime rischi l'infarto. Non sto scherzando! Gli attori sono strepitosi, la colonna sonora fantastica, la ricostruzione degli anni passati nella mia Livorno perfetta. Il mix tra sentimenti e battute ironiche ti fa arrivare alla fine del film immerso nelle emozioni. Anna Michelucci è la protagonista. Anna è la mia Livorno. Anna ama la vita, fino all'ultimo secondo. Fino all'ultimo secondo della sua esistenza sorride, e canta canzoncine. Anna ama. Ama il suo uomo, e i suoi figli, e la luce del sole, e lo zucchero filato. Anna è bella, e ama la vita. Anna è costretta a impiegare la sua bellezza e il suo fascino per sopravvivere, Anna viene sfruttata dagli uomini, ma senza mai svendersi, non perdendo mai la sua autonomia, è sempre e per sempre se stessa.
È un film molto tenero, mai stupido, e imbevuto di quel senso dell’umorismo che fa parte di noi livornesi. C’è un meraviglioso equilibrio tra risate e lacrime.
A Paolo, il grande Paolo Virzì, qualche giorno fa in un’intervista a un quotidiano era stato chiesto se temeva il confronto con Avatar di J. Cameron, anch’esso nelle sale da venerdì scorso.
Ha risposto che non può esserci confronto tra l’emozione che suscita il sorriso della Sandrelli con l’emozione che può dare un effetto speciale. È così.
E ora corro in bagno, a sciacquarmi il viso con l’acqua fresca, farò sparire le lacrime e ripenserò a quanto Anna, nonostante tutto, si è divertita nella vita. Come dice in una delle ultime battute del film.
A presto, Sandra
p.s.: Mio marito non mi ha preso in giro: perchè si è commosso anche lui!

sabato 16 gennaio 2010

QUESTA SONO IO!



Mi presento: sono nata in una splendida città di mare, Livorno. Sono cresciuta qui. Vivo qui. Dal mio balcone vedo il mare, l'aria sa di mare. Il mare è la mia vita, l'energia che respiro ogni mattina mentre vado al lavoro, in centro. Potrei fare altre strade, arriverei prima al lavoro, ma devo passare da Viale Italia, dall'Accademia e vedere di che colore è il mare rispetto al giorno prima. E se ondeggia di più. O di meno.
Da piccolissima ho imparato a scrivere e non ho più smesso. Ho avuto la fortuna di avere una insegnante tremenda di italiano, credeva in me, anche se il primo voto fu un due e mezzo.
Ho un marito veterinario che legge continuamente quotidiani, con il sottofondo dei tic tic della mia tastiera. Ho due figli che ogni tanto mi fanno perdere il ritmo degli scritti, ma sono i bimbi più stupendi che potessi desiderare. E saranno i miei bimbi fino a che saranno grandi, perchè qui a Livorno, le mamme centenarie chiamano bimbi i loro figli quasi settantenni.
Il motivo per cui apro un blog: lo faccio perchè amo condividere i miei racconti, le mie interviste con le persone, e di solito invio ogni scritto ai miei contatti, e forse rompo le scatole. Da oggi dirò che ho un blog e semmai, se vorranno leggermi, passeranno da qui.
A presto. Sandra

Non copiare... uccidi solo la tua creatività!

Gli scritti pubblicati in questo blog sono di proprietà dell'autrice. E anche molte delle foto!

© COPYRIGHT - Le leggi italiane ed internazionali sul Copyright proteggono le immagini fotografiche il testo e la grafica ivi contenute. È proibita la riproduzione totale o parziale, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, senza il mio esplicito consenso scritto e da me sottoscritto.

Altre immagini invece sono state prese liberamente dal web. Nel caso l'autore ne desiderasse la rimozione basterà che lasci un commento.